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Morta sola, trovata dopo due anni: questa di Marinella è la storia vera e amara

Editoriale di salvatore Meazza su Avvenire "La notizia è stata riportata come un dramma della solitudine. Ma no, non è un dramma della solitudine, è la disfatta della civiltà".


Questa di Marinella è la storia vera. Ma no, questa Marinella, la nostra Marinella, non «scivolò nel fiume a primavera». Anzi, a dire il vero, non si sa neppure bene quando sia morta, dicono almeno due anni fa. Ma l’hanno trovata solo lunedì scorso. O meglio, hanno trovato quel che ne resta, il corpo semi mummificato, seduta composta su una sedia del soggiorno.

L’hanno trovata per puro caso, sennò magari avrebbe potuto restare lì altri due anni, o dieci. Non era una barbona, Marinella. Aveva la sua villetta a Prestino, frazione di Como, di cui aveva venduto la nuda proprietà a un signore che vive in Svizzera. Per assicurarsi una vecchiaia serena. Una villetta probabilmente piena, come la casa di Nonna Speranza raccontata da Gozzano, delle piccole cose di pessimo gusto stratificate in una vita di lavoro. Tra Marinella e il buio ci si è messo di mezzo un albero del suo giardino, i cui rami pericolanti minacciavano la casa accanto. Così il vicino ha chiamato il proprietario, e il proprietario ha chiamato i pompieri. Che attraverso la finestra hanno visto la donna.

Più di due anni, due dozzine e passa di mesi, sono un’enormità. Anche al tempo del Covid. Ultimo avvistamento di Marinella, settantenne pensionata, nel settembre del 2019, poi più niente. Nessuno, per due anni, ha mai bussato alla sua porta. Né parenti, né amici. Sembra non ne avesse nessuno né degli uni né degli altri. Una vita fantasma, trasparente. In due anni nessuno ha notato la sua sparizione, nessuno le ha scritto, o telefonato anche solo per chiedere come va. Non un vicino, un medico, un esattore, un postino, un negoziante s’è meravigliato del silenzio, del buio che da due anni avvolgeva la casa di Marinella, diventata la sua tomba. Non era povera di soldi, ma di relazioni.

E la sua vita è diventata una vita da scarto. Vuoto a perdere. La notizia è stata riportata come un dramma della solitudine. Ma no, non è un dramma della solitudine, è la disfatta della civiltà. Per credere che sia potuto davvero accadere, per capire l’enormità di questa tragedia, non c’è bisogno di andare a Prestino. Basta guardare dentro di noi, dentro al deserto delle nostre vite frastornate. Dove non c’è più niente che abbia valore, niente che meriti la nostra attenzione, nemmeno niente che ci incuriosisca, che vada oltre le banalità mediatiche.

Dentro le nostre vite codarde, girate costantemente dall’altra parte, le mani in alto in segno di una resa perenne, senza condizioni. Viviamo così, distratti, lontani. Pieni di noi stessi e basta. Ci indigniamo? Oh, sì, ci indigniamo leggendo la storia di Marinella, magari qualcuno ha versato pure qualche lacrimuccia. Ma la realtà è che per Marinella nessuno s’è nemmeno un po’ preoccupato quando sarebbe stato il momento per farlo. Per lei non sarebbe forse cambiato nulla, forse sarebbe sempre morta da sola, senza nessuno a tenerle la mano.

Ma quei due anni di oblio assoluto non sarebbero passati, forse. Quei due anni ora non peserebbero sulle nostre coscienze, per chi ancora ce ne ha una. Per chi ancora crede che una cosa del genere non succederà più. Se nessuno reclamerà il corpo di Marinella, sarà il Comune di Como a farsi carico dei funerali. In una chiesa molto probabilmente deserta. Non so che cosa dirà il prete nell’omelia, forse solo le solite frasi di circostanza che si dicono quando muore un’ombra. Ma le preghiere, almeno quelle, almeno in quel momento, saranno vere. Uniamo anche le nostre, per lei. Se ancora siamo capaci di pregare.


Di Salvatore Meazza

Tratto da Avvenire.it

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