Il bene della gentilezza

La scienza dice che anche solo assistere a episodi di gentilezza influenza i biomarcatori di longevità dei nostri cromosomi

Jonathan Borba Jonathan Borba

Si dice che a Natale siamo tutti più gentili. Eppure viviamo in un tempo in cui senso di appartenenza, consenso e identità vengono formati a partire dalla creazione di un nemico, di qualcuno contro cui lottare, di un colpevole da condannare. Proprio per questo la gentilezza è una provocazione imprescindibile perché, al contrario, crea appartenenza, consenso e identità in base alla capacità di prendersi cura degli altri. La gentilezza è contagiosa.

La scienza l’ha definito ripple effect, dimostrando che non solo fare o ricevere un atto di gentilezza, ma anche semplicemente vedere una persona gentile in azione stimola nel nostro corpo la produzione dei neuromodulatori collegati al piacere, al benessere e all’amore. Ogni volta che assistiamo a un gesto gentile il nostro cervello risponde attivando le aree legate alla motivazione e alla connessione sociale. E questo genera una reazione a catena che rende l’ambiente più solidale e cooperativo. Inoltre, chi la coltiva quotidianamente vive più a lungo. Una ricerca di Harvard effettuata su un gruppo di donne ha dimostrato che chi allena quotidianamente il muscolo della gentilezza influenza positivamente i telomeri, i cappucci dei nostri cromosomi, utilizzati come biomarcatori di longevità.

Per tutti questi motivi da anni ho l’abitudine di praticare 4 atti di gentilezza al giorno. Credo sia uno dei migliori investimenti che possiamo fare per la nostra salute.

Il primo atto è rivolto a se stessi. Siamo, forse, la persona che maltrattiamo di più in assoluto. Il secondo atto è rivolto agli altri. Qualcuno che amiamo o uno sconosciuto oppure, per i più eroici, qualcuno con cui non andiamo per niente d’accordo. Non perdiamoci il gusto di rispondere con gentilezza a uno sgarbo. Il terzo atto è rivolto a piante e animali, per ricordarci che la vita che ci circonda va rispettata e senza di loro non sarebbe possibile la nostra esistenza su questa Terra. Ristabiliamo la fratellanza perduta. Il quarto atto di gentilezza è rivolto al pianeta, per prendercene cura e rammentare che siamo custodi e non sfruttatori. Custodi di luoghi, di persone e del tempo che ci è concesso. Lasciamo che il nostro cuore si faccia casa.

Attenzione però, non si tratta di comportamenti formali esteriori, ma di un vero e proprio sentimento interiore di cura, profondo e autentico. La parola Gentilezza richiama la Gens romana, un insieme di famiglie nobili, un clan con precisi doveri di assistenza, cura e amore reciproci. La gentilezza è una forza reale, capace di migliorare la nostra vita e quella degli altri creando un effetto a catena che può trasformare intere comunità. Non servono gesti straordinari, bastano piccoli atti, come un sorriso, un ringraziamento o una parola di incoraggiamento. A volte basta un piccolo raggio di sole perché tutto accada.

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di Daniel Lumera

Tratto da Corriere della Sera

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