Ogni pezzo di vita qui è un’esperienza di umanità forte, che interroga, smuove ed esorta a mettersi sempre, nuovamente in discussione.
Cari amici del Movimento Giovanile Salesiano,
vi scrivo dalla calda terra ghanese, dove mi trovo da circa un mese e mezzo per un’esperienza di servizio con i salesiani e con il VIS - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, una ONG che si occupa di cooperazione allo sviluppo in diversi paesi del mondo.
Ma prima di raccontarvi come e perché sono finita qui, mi presento!
Mi chiamo Annamaria, ho 22 anni e vengo da Mogliano Veneto. Dopo anni trascorsi tra animazione e servizio nella mia realtà locale, nel 2023 ho scelto di intraprendere la strada della missione, che mi ha portata prima a Betlemme, in Palestina, e poi a Mahajanga, in Madagascar. In questi luoghi segnati dalla povertà, dalla guerra e dalla miseria, dove la vita ritorna all’essenzialità e l’umanità si riscopre in tutta la sua bellezza, mi sono ritrovata con il cuore libero e acceso, “al mio posto” come mai avevo sentito di essere altrove. Lì ho capito che la mia vocazione era il mondo, e da allora non l’ho più lasciato.
Dopo la laurea in Relazioni Internazionali, ho deciso di mettere da parte per un po’ la mia carriera e le mie priorità per dedicarmi a un’esperienza prolungata di servizio, che potesse (ri)portarmi accanto agli ultimi, là dove sentivo di essere chiamata.
È così che a febbraio, dopo un lungo discernimento, sono arrivata in Ghana, dove don Bosco mi ha fatto trovare una nuova casa aperta ad accogliermi. Qui le settimane scorrono velocemente, tra volontariato al VIS, per il quale mi occupo di Child Protection, e servizio presso il Child Protection Centre, una struttura che accoglie una sessantina di minori provenienti da situazioni di povertà, violenza e sfruttamento.
Spesso mi chiedono “Allora Annamaria, com’è il Ghana?”. Una domanda così semplice alla quale però non ho ancora trovato una risposta, forse perché è tante cose mescolate insieme. Ogni pezzo di vita qui è un’esperienza di umanità forte, che interroga, smuove ed esorta a mettersi sempre, nuovamente in discussione. Posso dire però che per il momento, per me, il Ghana è Hashmiw, che quando mi vede prende la mia mano e se la strofina sulla guancia, cercando una carezza che forse non ha mai ricevuto. Sono proprio loro, gli occhi e i sorrisi dei bambini e dei ragazzi che incontro quotidianamente ad illuminare le mie giornate e a ricordarmi il significato della mia presenza qui, nonostante le fatiche che porta con sé.
Specchiandomi nei loro volti feriti dalla storia che si portano dentro ritrovo il senso del mio cammino e anche il mio cuore, appesantito dalle sofferenze che incontra, riprende a battere al ritmo dell’amore donato.
Non so cosa mi riserveranno i prossimi mesi, ma quell’akwaaba (“benvenuta, sentiti a casa”) che risuona ovunque io vada, mi dice che piano piano sto cominciando a costruirmi una piccola casa anche qui.
Nante yie, a presto!
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