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Il viaggio in Iraq. Baghdad, aspettando Francesco

Il diacono Louis Climis, testimone della strage nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso: «Noi cristiani abbiamo bisogno di libertà nella società irachena, così come le altre minoranze»


Il viaggio in Iraq. Baghdad, aspettando Francesco


 

di Luca Geronico, tratto da avvenire.it

 

Il diacono Louis Climis, testimone della strage nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso: «Noi cristiani abbiamo bisogno di libertà nella società irachena, così come le altre minoranze»

 

Te lo recita in siriaco, ma il suo saluto a papa Francesco, suona più o meno così: «Applaudite, cantate e gioite, tutti voi che avete il desiderio di vedere papa Francesco». Un desiderio che Louis Climis, da 20 anni attachécommerciale presso l’ambasciata francese a Baghdad, ha coltivato come un riscatto. «Quel giorno, il 31 ottobre del 2010, ha cambiato la mia opinione sulla vita: non solo sulla mia vita spirituale o ecclesiale, ma anche su quella politica e sociale», ti dice mentre si assesta la mascherina sopra il naso con gli occhi lucidi. Louis, una settantina d’anni, sposato con tre figlie e quattro nipoti, è suddiacono della chiesa di Nostra Signora del perpetuo soccorso. Era sull’altare quando, quella notte maledetta della vigilia di Ognissanti del 2010, i terroristi armati entrarono nella chiesa siro-cattolica. «Mi tolsi subito i paramenti e cercai di andare verso l’uscita per capire cosa stava succedendo, ed eventualmente iniziare una trattativa con chi ci voleva assalire».

 


La centrale piazza Tahrir è presidiata da agenti in assetto antisommossa 

Dal venerdì alla domenica nella capitale irachena vige un coprifuoco totale per il coronavirus. 

Di fronte alla Cattedrale il volto del Papa sorride in un murale


Non ne ebbe il tempo: gli spari uccisero sull’altare padre Tahir Saad che stava celebrando, mentre padre Wassim Sabih tentò inutilmente una mediazione con il manipolo jihadista. Fra i banchi dei fedeli o vicino alle porte rimasero a terra più di 50 vittime. I martiri di Ognissanti. «Restai tre ore chiuso in sacrestia, sentendo urlare Allah Akbar, mentre con mio figlio Raby al mio fianco, ho visto Dahut Bejo morire dissanguato recitando il rosario». La pacatezza di Louis è intrisa di sopportazione, con il timpano destro lesionato e piccole schegge di granata ancora conficcate nel cuoio capelluto. Fino a tre anni fa presidente del consiglio diocesano sirocattolico, e attivista politico, oltre che commentatore sul quotidiano al-Zaman, non esita nonostante l’allure da diplomatico, a definirsi un «rivoluzionario». 

 

«Basta delegare ad altri le decisioni, basta far decidere nella Chiesa e nella politica solo a chi sta in alto », afferma con il tono di voce in crescendo. Cita il Vaticano II, con le sue aspirazioni a un nuovo ruolo del laicato. Ma la partita, per i pochi cristiani – circa 500mila si stima rimasti nel Paese – che come lui hanno deciso di non andarsene, è a tutto campo: «Il Papa è venuto a dirci che è il grande padre di tutti i cristiani dell’Iraq. E noi cristiani, come le altre minoranze, abbiamo bisogno di libertà nella società irachena». A una manciata di chilometri, in una Baghdad semi deserta e con un posto di blocco ogni 400 metri, piazza Tahrir è presidiata da agenti in assetto antisommossa, a distanza di dieci metri l’uno dall’altro. Il coprifuoco totale dal venerdì alla domenica per il coronavirus, ha fatto abbassare tutte le saracinesche dei negozi, e rende spettrali i grandi viali dove circolano pochissime auto. Per due anni la rabbia contro la corruzione della classe politica è scesa giorno e notte in piazza Tahrir – pagando più di mille morti alla repressione – fino a costringere il governo a dimettersi, con il premier ad interim Mustafà Khadami chiamato a traghettare l’Iraq ad elezioni anticipate. Ma già posticipate da giugno a ottobre. Intanto alla cattedrale di Nostra Signora del perpetuo soccorso per entrare nel cortile si deve bussare forte al portone blindato, contornato dal muraglione in cemento armato con il filo spinato sopra. 

 

Le bandiere bianche e gialle sono accomodate su una poltrona in una saletta del vescovado: «Le mettiamo all’ultimo momento, potrebbero strapparle », ti dicono. Sul murales con il volto di Jorge Bergoglio sorridente proprio di fronte alla cattedrale, si legge: «Lunga vita, papa Francesco». Cosa mi aspetto da questa visita? «Pace e speranza. E la fine della guerra tra i partiti», confida il vecchio Samir sorridendo, mentre chiude il portone della cattedrale dei martiri di Ognissanti.

 

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